Di Luca Baroncini – 2 Settembre 2008
[31 Agosto 2008] - Si respira un’aria un po’ dimessa a questa edizione del festival di Venezia, la sessantacinquesima: meno persone nelle sale, anche durante il week-end, meno star (inaugurazione con George Clooney e Brad Pitt a parte), meno film in programma. Probabilmente la causa di tutti questi segni meno è nei meno soldi a disposizione, per cui anche una manifestazione prestigiosa come il Festival di Venezia risente della recessione economica ormai ufficialmente in atto.
Il tentativo pare quello di rendere il festival quanto mai vetrina per l’Italia, con ben quattro film in concorso per cui siamo stati accusati dalla stampa internazionale di provincialismo. La diplomazia, infatti, solitamente “impone” un massimo di tre film nazionali, ma tutto è a discrezione del direttore, ancora una volta l’apprezzato Marco Muller.
Già due i film nazionali presentati in concorso: “Un giorno perfetto” di Ferzan Ozpetek, per la prima volta in gara dopo ben due volte in Giuria, e Pupi Avati, ormai veterano della manifestazione, con “Il papà di Giovanna”. Entrambi a ridosso dell’uscita nelle sale.
Quasi unanime la stroncatura per Ozpetek, a causa di un racconto che si appropria dei cliché della televisione perdendo per strada credibilità e visceralità delle pulsioni messe in scena.
Molto meglio Avati che prova a raccontare cosa succede per i protagonisti di un fatto di cronaca nera una volta che i riflettori sulla vicenda si sono spenti. Ancora Bologna, ancora il tempo di guerra, ma meno bozzetti e cadute nel patetico del solito.
Tra gli altri film presentati, si apprezza la costruzione di “The Burning Plain”, con Charlize Theron e Kim Basinger, che incrocia luoghi geografici (il nuovo Messico e l’Oregon) e piani temporali differenti, ma il risultato non convince appieno perché alcune svolte previste dalla sceneggiatura risultano forzate. In regia il pluripremiato sceneggiatore Guillermo Arriaga, al suo debutto dietro la macchina da presa dopo la scissione con Alejandro Gonzalez Inarritu a causa, pare, di dissidi sulla firma delle opere (la questione non è da poco: è autore chi mette in scena o chi idea?).
Unanime, invece, il consenso per la nuova opera del Maestro Hayao Miyazaki (“Ponyo on the Cliff by the Sea”), anche se non si tratta di completo entusiasmo. Un film di Hayao Miyazaki è sempre un regalo, perché contiene spunti di riflessione preziosi, accende la fantasia e prevede momenti intensi dove la tecnica diventa poesia. Le nuove avventure di un pesciolino rosso che per amore nei confronti di un bambino che lo ha salvato vuole diventare umano, è espressione dello stile del Maestro, ma è meno in grado di trasportare altrove rispetto alle opere precedenti del regista. La questione non è certamente sulla scelta di abbandonare gli interventi di computer grafica per utilizzare solo l’animazione tradizionale, anzi, Miyazaki, riesce a rendere la visione un vero piacere per gli occhi, con colori accesissimi (il verde dei prati, l’azzurro del mare, il calore dei dettagli), quanto sulla scelta del soggetto e sul target di riferimento.
I suoi film sono sempre stati adatti a un pubblico di tutte le età proprio perché trasversali a un genere e in grado di nutrire chiunque varchi le porte di un cinema e sia disposto a farsi trasportare dalla potente visione del regista. “Ponyo on the Cliff by the Sea”, invece, sembra destinato soprattutto a un pubblico infantile e ha meno agganci per gli adulti. L’altro aspetto che riduce la portata del progetto è la totale mancanza di originalità del soggetto che mescola “La Sirenetta” di Andersen con il mondo sottomarino visto in “Alla ricerca di Nemo” passando, negli sviluppi della trama, per “Cocoon” e per auto-citazioni (il tunnel de “La città incantata” o il personaggio di Fujimoto che sembra provenire direttamente da “Il castello errante di Howl”). Resta, comunque, un opera di grande impatto visivo.
Dal Lido per ora è tutto. Alla prossima!